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Estratto della testimonianza pubblicata nell’opuscolo
“Quando…un imprevisto in famiglia”
a cura del Coordinamento Genitori Democratici 


 “Come e quando avete iniziato a pensare che vostro figlio fosse gay?”

Laura: “Quando Andrea è andato al liceo, precisamente in quarta ginnasio. Nonostante i nostri rapporti con lui fossero stati sempre improntati al dialogo, molto aperti e affettuosi, l’abbiamo visto diventare via via più chiuso, pieno di rabbia, insofferente, teso, direi cupo in certi momenti. Mio marito era più rassicurante: “È l’adolescenza”, diceva. Qualcosa però non mi quadrava: disinteresse per il calcio, scarse amicizie con i coetani maschi, presenza "dell'amica del cuore" del tutto desessualizzata, fidanzatine vissute palesemente con insofferenza, anche se molto carine... Mi accorgevo che, presi singolarmente, questi che vivevo come segnali in realtà non segnalavano nulla ed erano biechi stereotipi privi di senso, ma tutti insieme mi hanno comunque messo in agitazione.

Laura più volte chiede al figlio se sia gay e lui nega e s’arrabbia, legge nella domande della madre disagio e paura, forti contraddizioni, come se lei volesse solo sentirsi dire che no, non è come lei crede, vuole sentirsi negare anche l’evidenza. Laura è sempre più in allarme, Lino continua a credere che sia “una fase di passaggio”, proprio non vuole pensare ad una possibile identità omosessuale per il proprio figlio. Intanto il tempo passa.
Andrea ora ha diciassette anni e Laura decide che le tensioni e le incertezze hanno ormai raggiunto livelli insopportabili.
Trova poco dopo nella camera del figlio segnali inequivocabili, tra cui la lettera di un ragazzo che gli dichiara il suo amore. A questo punto anche Lino è chiamato a fare i conti con la realtà e con grande dolore decidono di scrivergli chiedendogli di aiutarli a capire e gli ribadiscono il loro amore.

Il percorso però è ancora lungo. Per mesi Laura e Lino sono tormentati da mille dubbi, dalla paura per il futuro di Andrea in una società omofobica, al senso di isolamento (“Con chi possiamo parlarne?”), agli interrogativi sul proprio ruolo di genitori (“Se si dice che "diventa" gay chi ha una madre seduttiva e un padre assente, come è possibile che sia successo a noi che in queste caratteristiche proprio non ci riconosciamo?”)
Intanto i rapporti con Andrea si normalizzano, lui si apre via via di più, confessa di non aver parlato prima non per sfiducia nei loro confronti, ma per non farli soffrire, quasi per proteggerli dl dolore. Ma non era stata la via migliore, Laura e Lino invitano a casa i nuovi amici di Andrea, scoprono che sono persone positive, “normalissime”.

Intanto leggono, si informano.

Lentamente molti pregiudizi si sgretolano e continua la ricerca di un confronto con altre famiglie di ragazze/i omosessuali, nasce sempre più forte il bisogno di ricevere risposte ai mille interrogativi che ancora ti assillano.

Lino: “Il confronto con altri genitori ti aiuta a superare ansie, paure, disorientamenti, a non porti più l’assillante domanda: “ Dove ho sbagliato?” . Ti aiuta piuttosto a chiederti come mai non hai saputo metterti in ascolto delle inquietudini di tuo figlio, dei segnali di malessere che pure erano lì e che incessantemente pervadevano la quotidianità.

E infine, e soprattutto, cominci a riflettere su te stesso e sul tuo agire e arrivi a considerare con scarsa indulgenza ciò che potevi fare e non hai saputo fare per lui e la sua serenità. E così si fa strada il rimpianto di non essergli stato di nessun aiuto in un momento così dolente della sua crescita. In fondo, a ben pensarci, è l’unica amarezza che non riesci a superare”.


“ E ora come vi sentite?”

Laura: “Sono passati diversi anni e stiamo benissimo. Siamo forti e sereni. Dopo il primo anno eravamo pronti ad accogliere anche altri genitori e abbiamo lavorato molto in questa direzione. Vedo che mio figlio è una persona equilibrata, positiva, piena di interessi nella vita, capace di progettare il suo futuro pur tra mille difficoltà che incontrano i giovani d’oggi.

Lino: “È come osservare il mondo da una nuova prospettiva, un diverso e inaspettato punto di vista. Non è tuo figlio a cambiare, lui è rimasto se stesso, sei tu a non essere più la persona di prima: più attenta, aperta, con meno certezze e molta più sensibilità di quanto avessi mai immaginato. Avverti la netta sensazione che non è tuo figlio il problema, ma lo stigma sociale che impietosamente e con insensata volgarità colpisce tutte le persone che esprimono l’affettività verso individui dello stesso sesso.

Senti in tal modo che puoi fare qualcosa, se non altro essere d’aiuto a quanti si trovano a dover attraversare le tue stesse esperienze, e il loro sgomento, il loro disorientamento, il loro isolamento sono spesso gli ostacoli maggiori alla comprensione e alla condivisione del percorso di accettazione dei proprio figli”.


“In conclusione cosa vi sentireste di dire, in breve, ai genitori che hanno un/a figlio/a omosessuale?”

“Innanzi tutto che il loro amore è indispensabile. Indispensabile è la loro capacità di accogliere ed ascoltare. Ci sono già i coetanei, e la scuola in primo luogo, a procurare mille ferite nell’animo dei nostri figli, a infliggere sofferenze inutili che certo non aiutano a sviluppare una sana autostima. Anche nel mondo della scuola qualcosa sta cambiando, ma il bullismo omofobico ha ancora solide radici. Poi è fondamentale comprendere che l’omosessualità non è una scelta, ma un naturale orientamento affettivo e sessuale. Tantissimi studi seri ce lo confermano da decenni ormai, e lo dice a chiare lettere anche l‘OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Non è una scelta e meno che mai una malattia o una perversione. Siamo noi genitori che dobbiamo trovare la forza, uniti, di far fronte ai pregiudizi altrui e soprattutto ai nostri con i quali abbiamo convissuto per anni ed estirparli dalla nostra vita.

Per finire ricordiamoci che siamo noi a dover operare delle scelte: frequentare solo amici veri, quelli che sanno capire ed apprezzare e cancellare dalla memoria le teorie pseudoscientifiche cosiddette riparative che ci chiedono di “redimere i nostri figli dal dramma dell’omosessualità” perché l’omofobia usa strumenti subdoli per discriminare, per offendere e umiliare”.


Ora il rapporto che Laura e Lino hanno con Andrea è tornato quello di sempre, così come Andrea è quello di sempre. Sono genitori che hanno saputo chiedere aiuto, si sono messi in gioco e hanno mantenuto un proprio ruolo in famiglia, come coppia, nei confronti della società. Danno il loro sostegno a coloro che vivono la loro stessa esperienza. GeCO Contatti  

Hanno ricominciato daccapo, incarnando davvero l’appellativo di “Due volte genitori”, che è anche il titolo del film documentario nel quale intervengono insieme ad altri genitori, testimoniando la loro esperienza.

Vogliamo ricordare qual è il significato del Pride. La “rivolta di Stonewall” vide una serie di violenti scontri fra la comunità omosessuale e la polizia a New York, culminati il 28 giugno 1969 a seguito dell’ennesima irruzione violenta e immotivata della polizia in un bar gay in Christopher Street (nel Greenwich Village) chiamato Stonewall Inn.

Stonewall è considerato dal punto di vista simbolico il momento della nascita del movimento di liberazione lesbico, gay, bisessuale e trans moderno in tutto il mondo e il 28 giugno è stato scelto come data della “Giornata mondiale dell’orgoglio LGBT” o “LGBT Pride”; esso equivale al nostro 27 Gennaio (Giornata della Memoria), al nostro 8 Marzo (Festa della Donna), al nostro 25 Aprile (Festa della Liberazione), al nostro 1° Maggio (Festa del Lavoro) e merita anch’esso lo status di celebrazione.

Sottolineiamo con forza il carattere commemorativo e al tempo stesso festoso del Pride, rivendicando come valore positivo l’aspetto folcloristico e carnevalesco della parata, con tutti i suoi eccessi colorati e trasgressivi.

Quest’anno vogliamo proprio richiamare l’attenzione delle persone sull’origine storica, liberatoria ed egualitaria del carnevale: unico momento dell’anno in cui, fin dall’antichità, tutti gli esseri umani erano considerati uguali, ed anche agli ultimi era consentito dileggiare e sbertucciare i potenti, con scherzi anche pesanti e con atteggiamenti fortemente trasgressivi, celati dal mascheramento e dal travestimento.

tratto dal sito del Coordinamento Torino Pride

Convegno contro l'omotransfobia

Cosa intendiamo quando parliamo di omotransfobia? Non pensiamo ad una paura solo individuale, cerchiamo piuttosto di analizzarne le radici sociali. Se mettiamo a fuoco le funzioni sociali che l’omotransfobia assolve, ci rendiamo conto del peso che il sistema sociale ha avuto e continua ad avere nel marchiare le varianti umane (o, se si vuole, le diversità) con un valore negativo, a diversi livelli: culturale e istituzionale innanzitutto, non solo intrapersonale o interpersonale.

Interroghiamoci sugli effetti devastanti di questo fenomeno e su come sia possibile un’efficace azione di contrasto. Gli studi, le ultime ricerche sul tema, possono mettere il focus sulle strategie più adeguate per lottare contro pregiudizi e discriminazione nei vari ambiti del sociale.

Ma saranno le testimonianze dirette di chi è stato vittima di violenza per il proprio orientamento affettivo e sessuale o per la propria identità di genere quelle in grado di smuovere le nostre coscienze, di spingerci a interrogarci sul nostro reale approccio alle differenze. L’obiettivo dell’incontro è quello di uscire dall’autoreferenzialità di proposte indirizzate esclusivamente alla comunità LGBT, rivolgendoci ad un pubblico “Outgroup”, in qualche misura estraneo ai dibattiti fra esperti, utilizzando un linguaggio non escludente, adatto ai “non addetti ai lavori” come le famiglie, gli studenti e gli insegnanti.

La giornata mondiale in memoria delle persone Trans vittime di violenza sarà quindi il pretesto per iniziare un lavoro, magari faticoso e dagli esiti incerti, ma non più eludibile, su come coinvolgere settori sempre più ampi della popolazione nella lotta alla discriminazione sociale.

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Vogliamo pubblicare le parole significative, esempio di amore e vero messaggio cristiano di Padre Rosario Ferrara, nella sua lettera aperta a Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino.

Cesare Nosiglia, commentando le unioni civili, afferma che esse non sono assimilabili alla famiglia. Il commento è relativo al caso aperto dal funerale di Franco Perrello, celebrato nella chiesa di Santa Rita il giorno 28 Gennaio 2017.

Durante la funzione, celebrata da don Gian Luca Carrega, delegato per la pastorale delle persone omosessuali, quest’ultimo aveva affermato: “Qualcuno più importante di me dovrebbe chiervi scusa per la disattenzione, la freddezza e le dimenticanze. Io, invece, vi dico grazie perché con la vostra ostinazione ci avete dato la possibilità di pensare a una Chiesa che non lascia indietro nessuno”.

Franco Perrello e Gianni Reinetti, compagni nella vita da oltre 50 anni, erano stati i protagonisti della prima unione civile a Torino.

 

LETTERA APERTA al Sig. CESARE NOSIGLIA 

Carissimo Sig. Vescovo,

Sono passati solo pochi giorni dalla morte di Franco, una persona come tante, che senza paura ha lasciato liberamente scegliere al suo CUORE di chi innamorarsi, costruendo senza timore la sua storia di AMORE col suo uomo, Gianni.
Si, Franco e Gianni si amavano da più di 50 anni. Un'unione fatta di amore, di condivisione, di rispetto, di tutto ciò che leghi indissolubilmente QUALSIASI ALTRA COPPIA, etero e non, che si ami davvero.
Ma la vita è fatta anche di questo: malattia, sofferenza, gioie, dolori... Franco muore. L'atmosfera è mesta, come mesta e dolorosa risulta ogni separazione che la morte porta a dividere due persone che si vogliono profondamente bene. Al funerale di Franco, il parroco, Don Carrega, chiede scusa per l'atteggiamento della Chiesa nei confronti delle coppie omosessuali. Per le sue mancanze. Per le sue diffidenze. Dal suo pulpito sgorga la purezza e la bontà del VERO messaggio cristiano, l'accoglienza e la comprensione. Ha ringraziato Franco e Gianni per il loro coraggio. Un coraggio che ha sottolineato la necessità, sempre più impellente, da parte di molti cristiani, di poter contare su una Chiesa più grande, più attenta, più giusta, più disposta all'ascolto dei propri fedeli. Meno chiusa, fredda, distaccata, indifferente.
A queste parole, la Chiesa torinese reagisce addirittura con imbarazzo. Una presa di posizione ambigua. Non è la prima volta che accade, si sa...
Lei, Arcivescovo Nosiglia, risponde, dal canto suo, con un banale e riduttivo "No comment". Senza né condannare, né disapprovare, privilegiando un atteggiamento di superba e di comoda superiorità dinanzi ad un fatto che risulta da subito increscioso, fastidioso, ingombrante, citando documenti scritti da persone la cui cecità mentale e la sordità del cuore, mettono in secondo piano un DIO di AMORE e di MISERICORDIA, che si fa PADRE e MADRE per tutti. Per LEI, la famiglia può essere soltanto "un'unione d'amore fra uomo e donna" e i figli devono beneficiare dell'amore di un padre e di una madre.
Ebbene, io sono un prete tra tanti. Umile e semplice. Io credo nell'Amore a prescindere. Unisco in matrimonio qualsiasi coppia, etero e non, benedicendone gioiosamente il cammino insieme, nella Fede in cui loro stesse vivono. Vorrei ricordarLe che la Chiesa dovrebbe, a mio avviso, "IMBARAZZARSI" per MOLTO ALTRO. Per ciò che di INSANO e NON CRISTIANO si muove dissolutamente nelle sue viscere, per ciò che fa ricche e potenti le gerarchie ecclesiastiche, per le falsità che ancora oggi si proclamano nelle aule liturgiche e di catechismo, per l'omertà con cui si nascondono i pedofili, per ciò che allontana sempre più persone dalle parrocchie e dalla vera Parola di Dio. L' Amore è uno. E' sempre dono ed espressione di Dio. Ha tante forme. Ma è uno. E come tale va rispettato, celebrato, mai incatenato al bigottismo dilagante e sporcato da sciocchi pregiudizi, appartenenti ad UNA (tra le tante!) realtà di chiese, che purtroppo in Italia la fa da padrone e si pensa essere proprietaria di DIO e UNICA interprete del suo pensiero...
È assurdo chiedere permessi per amarsi alla luce del sole... lo ha capito finanche uno STATO laico...
È assurdo che un rappresentante della Chiesa quale Lei è, si limiti ad affrontare un argomento tanto delicato con un silenzio. Come se la Chiesa che Lei rappresenta dovesse vergognarsi delle coppie gay. Come se essa dovesse prendersi tempo per preparare una penitenza adatta all'orribile "peccato" in questione e ristabilire un finto ordine. Io sono solo una voce. Non ho la sua visibilità e il suo posto nella Chiesa. Non ci terrei nemmeno ad averla. Se non per smuovere meglio coscienze e preconcetti, questo sì. Non condivido la sua posizione e glielo dico, come dico sempre ciò che penso, mettendoci sempre la faccia, in nome della Verità assoluta. Ciò che mi sconvolge e mi rattrista, nella vita, mi stimola comunque a continuare, ancor più motivato, il mio cammino di Fede. Ad insistere nel mio seminare continuamente amore, amore e sempre amore. Di qualsiasi sesso sia. Purché pulito e limpido come pulita e limpida non è mai, invece, ormai la Chiesa di Roma.Il ruolo di chi porta Cristo tra la gente, è un ruolo che necessità di umiltà e di tolleranza. Gli omosessuali non sono diversi. L'omosessualità non è una malattia, una devianza, un marchio indelebile che segna le persone per relegarle meglio all'emarginazione e alla denigrazione. È UN COLORE DELL'AMORE. È sempre regalo dal Cielo perché portatore di un sentimento bello. Franco e Gianni si amavano e si ameranno per sempre, nell'Eternità. Nella libertà e nella bellezza di una delle innumerevoli forme dell' Amore. Nell'abbraccio eterno del Dio di Gesù Cristo...

In Cristo, nostra misericordia,
Padre ROSARIO FERRARA.

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Lorenzo figlio perfetto da sempre, brillante, estroverso, eccellente a scuola, apprezzato da tutti.

Ad un certo punto verso i 15 anni arriva il silenzio, la riservatezza, una forma di chiusura insolita. Non vi era nessun altro segnale di malessere, ma qualcosa non tornava. Io e mio marito  notiamo  un libro che stava leggendo, narrava in lingua inglese la storia d’amore tra due  ragazzi, subito  ci sfiora  in contemporanea  un pensiero, ne parliamo.

Nella libreria di Lorenzo lui ne trova un altro. Contiene una lettera d’amore del suo ragazzo. All’improvviso si spegne la luce, il soffitto crolla, la terra sotto i piedi viene a mancare, il nostro mondo fatto di perfezione va in frantumi. Comincia il mio percorso fatto di sofferenza e di speranza, di cadute e poi di nuovo in piedi, di sconforto e di voglia di fare.

Il cammino ora non è più sul facile vialetto di casa, il percorso comodo, diritto, semplice, in piano. Sono nella foresta, di notte e senza bussola, devo imparare a cavarmela e a venirne fuori. Dentro di me la consapevolezza che esiste un solo modo per farcela, rimettere tutta me stessa in discussione, tutta la mia struttura di persona, 46 anni di sedimentazione di condizionamenti, stereotipi e pregiudizi, uno zaino  ingombrante di cui ignoravo l’esistenza ma che all’improvviso si è fatto pesante sulle mie spalle.

Devo affrontare  la mia ordinarietà, il mio perbenismo, il mio perfettismo, l’importanza fondamentale che da sempre ho dato all’opinione della gente e al consenso degli altri attorno a me. Devo demolirmi dentro e devo rinascere,  ricostruire con un modo nuovo e un profilo diverso, mattone dopo mattone, il mio essere persona.

Lo devo fare per amore di mio figlio.

Se una volta la mia famiglia per me era solo un ammasso di cellule (e l’ho anche specificato a mio  padre, ricordo di avergli detto “Sì, se potessi cambierei famiglia”), ora riconosco gli enormi passi avanti che tutti e tutte hanno fatto per potere permettersi di chiamarsi, appunto, famiglia.

E sì, lo dico con coscienza di causa: la famiglia non è solo il luogo dove nasci. È il luogo dove cresci e dove ti senti te stesso. E sono concetti ben diversi.

Mio padre non è un padre hi-tech con la memoria di ferro. Non si ricorda nemmeno quando esco da scuola. Non sa usare il cellulare e da giovane zappava i campi.

È nato quando è stato fondato l’ONU ed oggi ha 67 anni. Mio padre a volte non riesce a riconoscere le truffe giornalistiche o i lavori del nuovo millennio. Nove volte su dieci non sente quello che dico e dieci volte su dieci mi chiede di ripeterlo lo stesso. Mio padre lascia continuamente dormire il mio ragazzo a casa mia e me a casa sua.

Lo tratta veramente come vorrei lo trattasse  e si rende disponibile in ogni maniera che può.  Forse dall’esterno non sembra, ma è questo che fa di una persona un genitore che puoi chiamare tale. Non è il fatto che ti abbia fatto nascere. Non è neanche il fatto che ti mantenga, come mi viene spesso detto.

Non è neanche il modo in cui reagisce la prima volta al tuo coming out.

Mia figlia Carola, solo 14 anni e già con un grande peso sul cuore: si era innamorata della sua compagna di banco che non avrebbe mai potuto ricambiare il suo sentimento.

Si sentiva sola.

Stava male.

I voti a scuola in caduta libera. Così si è confidata, mi ha chiesto aiuto, voleva conoscere coetanei come lei. Non è stato facile, ma piano piano le si è formato attorno un gruppetto di ragazze e ragazzi in gamba, sensibili, consapevoli della propria identità affettiva e con uno sguardo aperto sul mondo.

Ora mia figlia è serena, ha riacquistato fiducia in se stessa, è innamorata e ricambiata.  Per me è sempre la mia bambina, bella e dolcissima, nulla è cambiato.

Le sono grata per aver avuto fiducia in me, provo una gioia immensa per aver potuto essere la prima a raccogliere il tuo tormento e a starle vicina.

Ora io, il papà, suo fratello, gli amici, tutti noi siamo al suo fianco, con lo stesso amore di prima.

La persona più coraggiosa al mondo per me è la mia mamma.

Avevo 17 anni quando ha saputo della mia omosessualità; lei così femminile, così elegante e così "signora"; io un maschiaccio, avventurosa e menefreghista dell'apparenza.

Ho distrutto lo stupendo equilibrio della mia famiglia, mamma è crollata… ho avuto seriamente paura di perderla! Ho deciso che la mia "tattica" sarebbe stata quella di provare ad immedesimarmi in lei, nessuno si augura di avere un figlio/a gay perciò ho deciso di aspettarla… sapevo che piano piano mi avrebbe capita, aiutata, imparato a conoscere la vera Rossana e, perché no, riamata.

La persona più coraggiosa per me è la mia mamma perché è stata capace di stravolgere il suo credo, buttare all'aria per me tutti i suoi pregiudizi. Ora è al mio fianco sempre e per sempre.

Ho fatto un sogno.

Ho sognato per te e per me un mondo possibile, un altrove accogliente e non giudicante, un luogo imprecisato e misterioso dove non sono riuscito a scorgere frustrazione, paura, senso di solitudine e smarrimento;  dove i mille volti dell’amore sono accolti  con tenerezza e stupore e non suscitano disgusto ed esclusione, invisibilità e silenzio, vergogna e colpa; dove omofobia e transfobia sono state  riconosciute come inevitabili conseguenze  dell’ignoranza; dove  un padre non  è costretto a  chiedersi “dove ho sbagliato” e “perché proprio a me” di fronte alla diversità di  suo  figlio omosessuale  e può nello stesso tempo  condividere  con lui  un cammino a testa alta.

Figlio mio, ti osservo e ti proteggo, sono fiero di te, ti voglio libero di esprimere te stesso.

Non perdere mai la speranza che mamma e papà ti accolgano e siano orgogliosi di essere i tuoi genitori, dai loro il tempo necessario per riflettere e capire, sii forte nei momenti difficili,  quando senti di averli delusi e pensi di non reggere il loro dolore: torneranno i sorrisi, il dialogo, la condivisione.

Non perdere la speranza quando ti sembra  di essere marziano nella tua classe, tra i tuoi compagni. Esistono spazi per costruire autentici rapporti di amicizia, troverai chi è capace di ascolto, di parlare il linguaggio del cuore.

Pensa al tuo futuro, sogna un mondo possibile.

Io sto lottando perché questo si avveri!

GECO ODV - Genitori e figli contro l'omotransfobia | Associazione LGBT a Torino
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